camicie bianche come colombe stese ad asciugare al vento volano
passavo sotto per caso, fosse stata domenica l'avrei vista là, affacciata, le mani sotto al mento, quasi una cornice del suo ritratto, un sorriso a salutare le genti e me e lui e lei e loro, pareva un dono, era un dono, per tutti i passanti, un dono per la festa, bianca e bionda, rossa nelle vesti, senza parlare, difficilmente parlava in più, niente più che un silenzio stupendo, Buongiorno signora, le porgo i miei più candidi omaggi, Oh, ma che bella cera che avete oggi, signor Temidoro, un cappello si alza sulla pelata, vedo che si sta riprendendo a meraviglia quella gamba, tutto in un silenzioso sorriso, quasi chiusi gli occhi, soltanto il Colore, verde dell'acqua, se ne vedeva, come dallo scrigno dei preziosi, se lasciato socchiuso, una punta di luce ne colpisce l'interno e se ne torna indietro mutata e bellissima, capo chino sulla stretta strada che sulla salita portava al Verroccio, nostro nido, nostra tana, nostro rifugio, nostro, oramai, ricordo, e che, se presa con la collina alle spalle, ti conduceva dritto in faccia alla chiesa, se ne stava là senz'accennare un movimento, anche fossi stato io a passare, suo vivo amore, immobile, un sorriso e gli sguardi, che già più non s'incontravano, tornavano nelle proprie direzioni.
venti volte Autunno era passato a chinar la testa sulla sua grazia, così poche e pure giudicate eccessive dalla vile Vita, invidiosa Vita, che l'ha fatta addormentare mangiandola da dentro, divorandone lentamente le membra, l'ha portata a morire, l'ha portata via da me.
non avevo più parlato con lei da quando si era rinchiusa in quella casa, alle cure della madre e del marito, un buon omuncolo con i baffi e il cappello, sempre pronto all'aiuto, gentile di una stupidità innata, a suo tempo un buon partito, adesso, sopravvissute giusto quattro mura al vizio del tavolo, un pover'uomo. non s'era mai accorto di noi due, nessuno lo sapeva, nessuno avrebbe neppure immaginato che dai nostri giovani sedici anni, dal giorno che finalmente m'ero deciso a parlarle, a dirle, chiunque tu sia, io t'amo, amami, chiunque io sia, avevamo continuato a vederci ogni venerdì, ogni pomeriggio di ogni venerdì di quei tre anni, salvo impedimenti insormontabili, sempre nella collinetta del Verroccio, se con il sole, sopra al sasso che sovrasta la valle e il mondo, stesi al vento, all'amore, se con la pioggia o la neve, dentro la cappellina abbandonata, scavata nel sasso da chissachì e chissaquando. ci amavamo con il calore del fuoco, parlavamo con la semplicità con cui si respira l'aria, una carezza, la testa sulla pancia a guardare il cielo di Dio e delle nuvole, poi il nostro silenzio e il canto di MadreNatura per noi.
ricordo, un giorno, pioveva, cadeva quasi il cielo, basso sulla collina, nero e pesante, noi, dentro, al riparo dal mondo fuori, tutto, lei ,seduta a terra sull'unico punto che ancora non era stato raggiunto dall'acqua, gambe incrociate come fanno i bambini, mi guardava fissa senza parlare, io stavo ad aspettare, poi si alzò, mi venne incontro e mi gettò le braccia dietro la testa, io le cinsi le morbide rotondità con le mani, Se Dio avesse creato il mondo per una sola unica ragione io la trovo in questo istante, poi le nostre labbra si avvicinarono e, con gli occhi sugli occhi, ci baciammo, d'una lentezza infinita, d'un candore infantile, candore d'amore, puro vivo amore.
poi il vento è entrato a portar via quello che era rimasto, se qualcosa c'era ancora, del mio cuore.
la vita, spesso, è un affronto al dubbio, sia forse che se ne debba soltanto goder l'istante e il resto niente? mi rimane difficile da credere.
vorrei, potessi, ripercorrere, pedalando quelle strade, i sentieri, guadare quel torrentello, salire, bicicletta in spalla, il colle e attenderla su, in piedi sul sasso, attendere i suoi passi sui ciottoli della strada del Matto, vederla avvicinare e urlarle, va' via! vattene! non sarai mai! scappa, mia amata! corri via da me!
dal paese ora me ne parto, occhi in spalla, la melancolia nelle tasche, le ultime case, legate l'una all'altra dai fili tesi e molli, così forti al vento, testardi loro, dondolano, danzano, incuranti del peso dei panni ancora fradici, alzo la testa, guardo oltre le gocce che sanno di sapone, guardo oltre i fili, guardo Sole, gli chiedo perchè. lui, immenso, tira un sospiro, poi si spegne per un momento, come un eclissi di un istante, mi guarda tirar giù la testa senza dir nulla, sa che anche un abbraccio sarebbe troppo adesso, poi riprende, nella sua saggezza, ad illuminare i miei passi che dovranno venire.
di Pastrano Bottecchi